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IL MANIFESTO 2016 DELLA BUONA FORMAZIONE

Incentivare le aziende all’impiego della formazione continua

Premessa

L’attuale dinamica culturale e sociologica dell’orientamento dell’impresa  all’utilizzo delle pratiche della formazione continua è ben lontana dal piano di consapevolezza sugli effetti e sulle ricadute positive insite nella buona  formazione.
I numeri lo dicono forte e chiaro che le imprese che si aggiornano sono più competitive e che le persone che si formano possono spendersi meglio sul difficile mercato del lavoro di oggi. Ponendo lo sguardo in Europa , l’Italia è al terzultimo posto in termini di utilizzo della formazione  confermano questo livello i dati provenienti dal sistema permanente di monitoraggio delle attività finanziate dai Fondi Paritetici Interprofessionali attestano l’insufficienza dei livelli di investimento e partecipazione alla formazione continua.
Ciò è dovuto ad un diffuso disinteresse del sistema produttivo italiano nel promuovere lo sviluppo delle competenze dei propri dipendenti .
Elemento che evidenza chiaramente che l’attività formativa rappresenta per le aziende un costo non solo economico, ma anche organizzativo. Tutto ciò accresce la distanza tra mondo della formazione e mondo della produzione.
Diviene doveroso, quindi, avviare una stagione di valutazioni e di riforme del sistema della formazione e della sua gorvernace.
Per ridurre  tale divario si devono allineare problemi ed opportunità, coinvolgendo tutti agli agenti di socializzazione: parti sociali da un lato, la rappresentanza delle imprese dall’altro, con il tramite della bilateralità e una forte mediazione da parte delle istituzioni e degli operatori del sistema formativo, grazie ai quali è possibile innestare un nuovo modello il cui paradigma favorisca l’inversione di tendenza.

Linee guida del modello di riferimento

Non innervando nel tessuto produttivo le prassi della formazione, non solo riduciamo la loro competitività del Sistema Paese, ma creiamo anche un danno sociale al Paese , ai lavoratori.

Infatti, chi non rinnova, fallisce, chi non si aggiorna è ai margini del mercato del lavoro e le conseguenze in termini di ammortizzatori sociali e indennità di disoccupazione  ricadono sulla collettività penalizzano oltremodo il lavoratore ed i giovani poiché si troveranno inadeguati nel ricercare ed inserirsi in  nuove occupazioni pertanto dobbiamo parlare di “costo sociale della non formazione”.

Occorre quindi allineare problemi, opportunità e spazi di manovra, agendo su tutte le diverse responsabilità istituzionali a livello centrale e locale, fissando nuove regole di governance attraverso specifici indirizzi:

Primo  indirizzo .

Promuovere la domanda dal basso: la nascita della coscienza collettiva della formazione.

Al fine di generare la cultura della formazione occorre stimolare la domanda soggettiva di ogni singolo lavoratore – manager e lavoratori-    promuovendo azioni  “dal basso” con l’ausilio di sistemi d’incettivo economico rivolti ai lavoratori – buons formazione- e valoriale, “facendo comprendere agli stessi che la formazione è direttamente proporzionale alla continuità e sicurezza del posto di lavoro e sviluppo di competitività dell’azienda”, istituendo un libretto delle competenze.

Lavoratori

Per quanto riguarda l’incentivo economico sul lavoratore, destinare in busta paga un premio, per chi partecipa alla formazione, derivante da una parte  del contributo dello 0.30%

Manager

Estendere la legge che obbliga i professionisti – avvocati, medici giornalisti, a sottoporsi a corsi di aggiornamento ciò determinerebbe una classe dirigenziale  maggiormente preparata aumentando di riflesso la competitività del Sistema Paese.

 Secondo indirizzo .

 Rendere obbligatoria la formazione continua in seno all’azienda

Innescare delle politiche di incentivazione a favore delle imprese per gli investimenti sulla formazione attraverso un dispositivo legislativo che preveda l’obbligo dell’ impiego della formazione continua. (come d’altra parte avviene in materia di sicurezza del lavoro, oppure sul settore delle professioni vi è l’obbligo dell’aggiornamento es. avocati medici ecc). Tale obbligo potrebbe essere soddisfatto attraverso l’impiego delle risorse finanziarie pubbliche ( FSE, fondi Interprofessionali, ecc).

Se tale obbligo non venisse soddisfatto l’azienda si troverebbe a pagare maggior percentuale di IRPEF che andrebbe destinata alle politiche attive del lavoro.

In buona sostanza o l’azienda fa formazione – utilizzando i fondi pubblici- o paga più tasse!

Terzo  indirizzo.

Trasparenza sulla gestione dei fondi contro le irregolarità e le frodi.

Istituire un fondo unico per la formazione cui fare confluire tutti i finanziamenti nazionali ed europei cambiando gli attuali assetti gestionali (fortemente sbilanciati sotto l’egida amministrativa burocratica) promuovendo meccanismi di trasparenza dell’impiego dei fondi pubblici – come per esempio la tracciabilità dei flussi finanziari e la messa in trasparenza totale – con il varo di misure preventive.

A tal proposito possono essere adottati sistemi di trasferimento del denaro pubblico, non più in capo all’azienda o all’organismo di formazione come avviene oggi , ma con il tramite dell’Agenzia delle Entrate che andrà a compensare le maggiori imposte che l’azienda deve versare al fisco, attingendo proporzionalmente e limitatamente al progetto formativo a sua volta approvato.

Quarto indirizzo.

Garantire il diritto alla “buona formazione”.

Al fine di supportare il sistema economico nello sviluppo delle competenze , anche la filiera produttiva della formazione deve maggiormente qualificarsi , pertanto occorre meglio armonizzare i sistemi di accreditamento regolamentandoli centralmente e bilanciandoli sulle effettive competenze professionali .

Cav. Dr. Carlo Barberis

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